La Traiettoria

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La Santa María

La nave che diventa terra. Romanzo d’impresa, prima edizione settembre 2026, Energy Circle sh.p.k.

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Copertina de La Santa María, La Traiettoria Volume III

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Parte Prima: Roma — Capitolo 1

La proposta

Alberto Ferri uscì presto, come sempre quando aveva bisogno di pensare prima di arrivare in ufficio. Passò per piazza San Marco, dove la Fontana della Pigna buttava ancora l’acqua dell’Acqua Marcia con lo stesso getto stanco di sempre, e rallentò un istante davanti a una targa ormai opaca sul muro accanto, che pochi si fermavano più a leggere: un vecchio ufficio delle Nazioni Unite, chiuso da più di vent’anni, di cui restava solo l’ottone consumato del nome.

Attraversò piazza Venezia, salì verso il Campidoglio, e scese dall’altro lato nel Foro, come faceva una volta ogni tante settimane, senza una vera ragione se non quella di ricordarsi, camminando, che certe cose restano ferme anche quando smettono di essere visibili. Si fermò, come sempre, davanti ai pochi frammenti di marmo che gli archeologi continuavano a chiamare Miliario Aureo, pur non essendo del tutto certi che fossero davvero quello. Augusto lo aveva fatto erigere vent’anni prima di Cristo, vicino al Tempio di Saturno: una colonna probabilmente rivestita di bronzo dorato, alta poco più di tre metri, punto simbolico da cui Roma rappresentava la misura delle proprie strade, anche se le distanze reali, nella pratica, si calcolavano dalle porte della città, ciascuna per la propria via. Oggi nessuno sapeva dire con certezza nemmeno dove fosse stato esattamente il monumento. Il punto che tutto il resto aveva imparato a citare come origine era diventato, con i secoli, il punto più incerto di tutti.

Tornando verso l’ufficio, tagliò per piazza di Pietra, dove le undici colonne del tempio di Adriano reggevano ancora, da secoli, il fianco di un palazzo che un tempo era stato dogana pontificia e poi sede della Borsa: pietre che avevano cambiato mestiere tre volte senza mai smettere di stare in piedi. Alberto rallentò il passo, come faceva ogni volta che passava di lì, non per ammirare la facciata, ma per la domanda che gli tornava sempre uguale: quante volte si poteva davvero cambiare quello che si faceva, restando riconoscibili come quello che si era.

L’ufficio era a pochi passi, su via della Pigna, dietro un portone anonimo che non portava targhe. Alberto lo aveva scelto vent’anni prima proprio per quello: per non dover mai spiegare a nessuno perché un’azienda di famiglia albanese avesse la propria sede romana in un palazzo che non diceva nulla di sé a chi passava per strada.

Salì i tre piani a piedi, come faceva sempre. Francesca lo aspettava già alla porta dell’ufficio, con un’espressione che Alberto riconobbe subito. Non era preoccupazione. Era il modo in cui sua figlia guardava qualcosa che non riusciva ancora a classificare.

«È arrivata stanotte» disse, porgendogli una cartellina sottile. «Un fondo americano. Meridian Capital.»

Alberto posò la borsa, si tolse la giacca con calma esagerata, e solo dopo prese i fogli. Non era la prima offerta che l’azienda riceveva in vent’anni. Ma il modo in cui era scritta la lettera era diverso da tutte le altre.

«Quanto chiedono?» domandò, senza alzare gli occhi dal foglio.

«Non chiedono. Propongono» rispose Francesca. «Il quaranta per cento. Con un seggio nel consiglio e un diritto di veto su qualunque operazione sopra i due milioni.»

«E in cambio?»

«Capitale per il raddoppio della produzione a Tirana. E accesso ai loro standard di reporting. Quelli veri, non i nostri bilanci semestrali fatti in casa.»

Alberto si sedette. La luce entrava dalla finestra che dava sul cortile interno, e per un momento restò a guardare fuori invece che il foglio.

«Sai da dove vengo, stamattina?» disse, più a sé stesso che a Francesca. «Dal Foro. Mi sono fermato davanti a quei quattro sassi che chiamano ancora Miliario Aureo, anche se nessuno sa più con certezza se sia davvero quello.» Restò un istante con lo sguardo fisso su un punto della scrivania che non guardava davvero. «Il punto da cui Roma misurava ogni strada dell’impero, e oggi nemmeno gli archeologi sanno dire dove fosse esattamente.»

Francesca non rispose subito. Aveva imparato, negli anni, a riconoscere quando suo padre stava davvero parlando di un monumento romano e quando stava parlando di qualcos’altro.

«Non stai parlando delle pietre» disse.

«No.»

Restarono in silenzio qualche secondo. Poi Alberto tornò al foglio, questa volta leggendolo con attenzione, riga per riga. Arrivato in fondo, lo posò sul tavolo con un gesto secco.

«Chi altro lo sa?»

«Nessuno. È arrivata alla mia mail diretta, non a quella dell’ufficio. Credo l’abbiano fatto apposta.»

«Perché?»

«Perché sanno chi decide, in questa famiglia. E non sono sicura che intendessero te.»

Alberto la guardò. Non c’era rimprovero in quella frase, solo un’osservazione lucida, il tipo di osservazione che Francesca aveva sempre saputo fare fin da bambina, quando notava cose che agli adulti sfuggivano.

«Convoca il Consiglio» disse infine Alberto. «Tutti. Anche chi è a Tirana, anche chi è a Ginevra. Nessuna decisione oggi, nessuna la prossima settimana. Ma tutti devono vedere questo foglio con i propri occhi, non sentirselo raccontare.»

«E la mamma?»

Alberto esitò per la prima volta da quando era entrato.

«Tua madre non siede al Consiglio. Lo sai.»

«Lo so. Ma questo non è come le altre volte.»

«È esattamente come le altre volte» disse Alberto, alzandosi e tornando alla finestra. «Cambia la cifra. Non cambia chi decide, e chi resta fuori dalla stanza per scelta, non per esclusione.»

Alberto guardò fuori, verso il tratto anonimo di strada dove nessun turista si sarebbe mai fermato a fotografare niente, e pensò che era proprio così che funzionava un punto di riferimento vero: nessuno lo cerca più, una volta che tutti hanno imparato a misurarsi da lì senza saperlo, e il luogo stesso può sparire, o restare incerto, senza che la misura ne risenta.

«Meridian» disse piano, quasi assaggiando la parola. «Sai cosa significa?»

«Il meridiano. Il punto da cui si misura tutto il resto.»

«Appunto» disse Alberto, senza aggiungere altro.

Francesca aspettò che continuasse, ma suo padre era già tornato a fissare il vuoto oltre la finestra. Non insistette: conosceva bene quello sguardo fisso oltre la finestra, il modo in cui suo padre si allontanava da una stanza restando seduto dentro di essa, ed era sempre il segno di una decisione già presa, non ancora pronta per essere detta ad alta voce.

Nel pomeriggio, mentre Francesca preparava l’invito al Consiglio con la stessa cura burocratica con cui redigeva ogni comunicazione ufficiale della famiglia (data, orario in tre fusi orari, un’unica riga di oggetto: «Proposta Meridian Capital, da leggere prima di parlarne»), Alberto restò in ufficio più a lungo del solito, senza un compito preciso da svolgere, solo per non tornare troppo presto in un appartamento che, quella sera, gli sarebbe sembrato più vuoto del solito.

Si mise a riordinare una libreria che non toccava da mesi, e tra un volume e l’altro trovò una vecchia guida di Roma, comprata anni prima per un ospite straniero che non l’aveva mai voluta indietro. La aprì per caso a una pagina dedicata alla basilica di Santa Maria degli Angeli, dall’altra parte della città, e si soffermò su un dettaglio che aveva letto e dimenticato più volte: sul pavimento della basilica correva ancora, dal 1702, una linea meridiana lunga quasi quarantacinque metri, voluta da un astronomo, Francesco Bianchini, per verificare il calendario attraverso un piccolo foro nella cupola da cui la luce del sole, ogni giorno a mezzogiorno vero, cadeva un poco più avanti o più indietro lungo l’ottone incassato nel marmo. Non serviva più a nessuno, ormai, per calcolare le stagioni: esisteva ancora solo perché qualcuno, tre secoli prima, aveva deciso che valeva la pena tracciare per sempre, in un edificio pubblico, il punto esatto in cui il sole tocca la terra un giorno dopo l’altro, sempre uguale a se stesso e sempre leggermente diverso.

Richiuse il libro pensando che Roma aveva due meridiane, non una: quella di marmo e ottone in una basilica che quasi nessuno visitava per quel motivo, e quella semplicemente immateriale, il Miliario Aureo di cui ormai non restava che un’incertezza documentata, e che Meridian Capital, con ogni probabilità, ignorava entrambe.

Francesca gli mandò l’invito al Consiglio poco dopo le diciotto, in copia a Mapi, a Pietro e a Luz, con Edoardo aggiunto all’ultimo momento su richiesta esplicita di Alberto, che aveva imparato negli anni a non convocare mai un consiglio di famiglia senza qualcuno capace di dire, se necessario, la cosa che nessun altro al tavolo avrebbe osato dire per primo. Mapi rispose nel giro di pochi minuti, con un messaggio breve quanto la sua reputazione: «Ci sarò. Portate i numeri, non le sensazioni.» Pietro non rispose affatto, cosa che non sorprese nessuno: era il suo modo consueto di confermare, rispondendo solo quando qualcosa richiedeva davvero una parola sua.

Francesca, dal canto suo, restò in ufficio ancora un’ora dopo l’uscita del padre, non per completare nulla di urgente, ma per rileggere una terza volta la proposta di Meridian, questa volta cercando non le clausole ma il tono: il modo in cui certi paragrafi sembravano scritti per essere accettati senza essere davvero letti. Segnò a margine, con una matita che usava solo per quello, tre frasi che le sembravano scritte apposta per scivolare via, e si ripromise di portarle al Consiglio non come obiezioni, ma come domande.

Alberto lasciò l’ufficio poco prima delle venti, con via della Pigna già in ombra e le finestre dei piani superiori accese una dopo l’altra come se qualcuno, da qualche parte nel palazzo, stesse ancora lavorando su qualcosa che non poteva aspettare l’indomani. Camminò fino a casa senza fretta, ripassando mentalmente non le clausole, ma la domanda che gli era rimasta più addosso di tutte: se un fondo che si chiamava come un punto di misura sapesse davvero cosa significa essere misurati da qualcun altro, o se avesse semplicemente scelto un bel nome.

La chiamata arrivò alle nove di sera, quando a Tirana era già buio da un’ora e a Roma il cielo teneva ancora una striscia di luce bassa sopra i tetti del quartiere.

«Allora» disse Ina, senza salutare, come faceva sempre quando sapeva già di che si sarebbe parlato. «Francesca mi ha scritto due righe. Dice che è una cosa seria.»

«È una cosa seria.»

«Quanto seria.»

Alberto si versò un dito di vino che non aveva davvero voglia di bere, più per darsi un gesto da fare con la mano libera che per il vino stesso, ed espose i termini con la stessa economia con cui li aveva ascoltati in ufficio: la quota, il seggio nel consiglio, il diritto di veto oltre i due milioni, il capitale per raddoppiare la produzione a Tirana, e la richiesta implicita, mai scritta ma comunque presente in ogni riga del documento, di adottare standard di reportistica che oggi in azienda non esistevano ancora in quella forma.

Ina lo ascoltò fino alla fine senza interromperlo, cosa che in vent’anni di matrimonio Alberto aveva imparato a riconoscere come il segnale più affidabile che stava già pensando a qualcosa di preciso.

«E tu cosa hai deciso?» chiese infine.

«Niente, ancora. Ho chiesto un Consiglio pieno. Tirana e Ginevra, in collegamento.»

«Quando?»

«Appena Francesca e Mapi trovano una data che vada bene a tutti.»

Ci fu un silenzio breve, non imbarazzato. Alberto aveva smesso da anni di riempirlo con altre parole: sapeva che Ina, dall’altra parte del telefono, lo usava per riordinare i pensieri, non per esitare.

«Non mi hai chiesto se voglio esserci» disse infine.

«No.»

«Bene» disse lei, e nella parola non c’era sollievo né rimprovero, solo la conferma di qualcosa che tra loro non aveva più bisogno di essere discusso da anni. «Perché la risposta sarebbe stata la stessa di sempre.»

Alberto sorrise da solo, nella cucina vuota dell’appartamento romano, pensando a quante volte in passato altri, fuori dalla famiglia, avevano dato per scontato che l’assenza di Ina dal tavolo delle decisioni fosse una forma di esclusione, magari persino di subordinazione, senza mai considerare che potesse essere l’esatto contrario: la scelta di chi preferisce restare nel punto da cui tutto il resto parte, piuttosto che in quello dove tutto il resto si decide.

«Come stanno le ragazze?» chiese Ina, cambiando registro con la naturalezza di chi ha già chiuso un argomento dentro di sé.

«Non lo so ancora. Non ho parlato con loro oggi, solo con Francesca, e solo di lavoro.»

«Parlaci domani. Non di lavoro.»

«Lo farò.»

«E Alberto» aggiunse lei, prima di chiudere, con un tono che lui riconobbe subito, quello che usava solo per le cose a cui teneva davvero e che non voleva rendere solenni dicendole con enfasi. «Qualunque cosa decidiate a Ginevra, la casa resta qui. Questo non è in discussione, in nessuna versione del contratto.»

«Lo so.»

«Lo so che lo sai. Te lo dico lo stesso, ogni tanto, perché certe cose vanno dette ad alta voce almeno una volta l’anno, anche quando sono già chiare a tutti e due.»

Chiusero la chiamata pochi minuti dopo, con la brevità di chi si stima abbastanza da non dover riempire ogni telefonata fino all’ultimo secondo disponibile, e Alberto restò seduto al tavolo della cucina, il bicchiere ancora quasi pieno, a guardare fuori dalla finestra il cortile interno del palazzo, dove qualcuno al piano di sotto aveva lasciato le persiane socchiuse e una luce gialla usciva a intermittenza, mossa da una tenda che il vento muoveva appena.

Pensò a Meridian, al nome scelto da persone che probabilmente non avevano mai sentito parlare del Miliario Aureo, né della conferenza di Washington dell’Ottocento che aveva fissato dove comincia a contare il resto del mondo, e si chiese se fosse un caso o se qualcuno, in quel fondo, avesse studiato la storia della propria idea più di quanto lasciasse intendere il linguaggio asciutto della proposta.

Decise che non aveva importanza saperlo. Il punto zero, pensò, non ha bisogno che chi lo attraversa ne conosca l’origine. Deve solo restare fermo abbastanza a lungo perché tutti gli altri, senza accordarsi tra loro, comincino a misurare da lì.

Finì il vino, spense la luce della cucina e andò a dormire con il telefono già impostato per la sveglia di un giorno che, lo sapeva, non sarebbe stato uguale a nessuno dei precedenti.

[L’estratto si interrompe qui. Il capitolo prosegue nel volume.]

Chi è chi

Alberto Ferri
: guida della famiglia. Ha imparato a cedere la scena senza smettere di essere il punto da cui tutti, prima o poi, tornano a misurarsi.
Ina
: il baricentro fisso della famiglia a Tirana. Non si sposta mai: è lei che la casa aspetta, e a cui la casa, alla fine, torna sempre.
Sia
: figlia maggiore di Alberto e Ina. Custodisce la tenuta del Patto della Colonna: non si limita a firmarlo, ne certifica che regga.
Francesca
: figlia minore di Alberto e Ina. Impara, in questo libro, che la propria firma può contare quanto la voce di chi siede al tavolo delle trattative.
Mapi
: María Pilar Ibarra, madre di Luz. Guida Camino Infrastructure e ha imparato a leggere un rischio nelle mani prima che nei numeri.
Luz
: María de la Luz Ibarra, figlia di Mapi. Eredita Mecánica Ibarra per merito, non per sangue: la prima della famiglia a comandare qualcosa che non le è stato lasciato.
Pietro Brandani
: figlio di Edoardo, compagno di Luz. Rinuncia a un’eredità navale per scegliere, davvero, quella che vuole portare.
Edoardo Brandani
: armatore genovese e ginevrino. Guida senza mai comandare al posto di nessuno: la sua nave si chiama Calypso, e nessuno in famiglia si è mai permesso di chiedergli perché.
Santo
: Santiago Ibarra Brandani, figlio di Pietro e Luz, nato nel corso di questa storia.
Anselmo
: operaio pensionato di Mecánica Ibarra. Giudica un pezzo con le mani, non con un visore.

Indice

Parte Prima: Roma

  • Capitolo 1 — La proposta
  • Capitolo 2 — Il Consiglio
  • Capitolo 3 — Mapi e Luz: lettura del rischio
  • Capitolo 4 — Il primo incontro
  • Rilettura di fine Parte Prima — Roma, il Baricentro

Parte Seconda: Washington

  • Capitolo 5 — Il linguaggio del capitale, la cultura del reporting
  • Capitolo 6 — Le clausole: cosa si cede
  • Capitolo 7 — Nascita di Santo
  • Capitolo 8 — Il punto di rottura
  • Capitolo 9 — Caronte
  • Rilettura di fine Parte Seconda — Washington, la Calibrazione
  • Intermezzo — Il punto di misura

Parte Terza: Ginevra, Costanza, Tirana

  • Capitolo 10 — La rinuncia di Pietro
  • Capitolo 11 — La sede
  • Capitolo 12 — Doppio movimento
  • Rilettura di fine Parte Terza — Ginevra, Costanza, Tirana, la Traiettoria

Chiusura

  • Epilogo — Dieci Anni Dopo
  • Chi è chi
  • Bibliografia

La trilogia è completa

La Santa María è il terzo volume de La Traiettoria e completa i nove romanzi dell’opera Oriented Growth.

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© Antonino Fischetti, 2026. Energy Circle sh.p.k. Estratto pubblicato a scopo promozionale.